Ma che cosa c’entra il cambio di denominazione della scuola Pisacane di Roma con la questione dell’integrazione e dei migranti? Un bel niente. Ci stupiamo che nessuno lo abbia ancora detto, purtroppo ancora una volta ci troviamo a dover svelare le palle mediatiche della Gelmini che volta è riuscita di nuovo a spostare l’attenzione dal disastro che vivono le scuole a un dibattito tutto costruito ad arte, e questa volta del tutto fittizio. Il cambio di nome della scuola Pisacane non deriva da un tentativo di creare integrazione affibbiando un nome esotico all’istituto per far sentire gli stranieri un po’ più a casa (che poi perché un nome giapponese dovrebbe rendere più famigliare la scuola a un bambino rumeno o algerino proprio non si capisce), ma da un percorso di sperimentazione pedagogica molto serio effettuato da tutta la comunità scolastica. Un percorso che, in maniera naturale, ha portato gli organi collegiali, in maniera unitaria, a deliberare il cambio di nome della scuola. Il nome di difficile pronuncia ha però messo sul piede di guerra un manipolo di mamme xenofobe, probabilmente preoccupate da non riuscire più a dire alle amiche il nome della scuola del proprio figlio più che dal problema dell’integrazione. E così la Gelmini e la maggioranza di governo hanno avuto un buon gioco a montare un caso nazionale sull’integrazione, ancora una volta con toni pericolosamente razzisti, quando invece nella scuola in questione si parlava di tutt’altro. E tutt’altro ci sarebbe da dire in merito a quest’ultima fase dell’anno scolastico, dove ovunque emergono le ferite dei tagli della Gelmini e di Tremonti: insieme alle segnalazioni di sindacati e associazioni di studenti e genitori, tra i quali anche la nostra, si sono aggiunte le denuncie dell’amministrazione periferica dello stesso Miur e dai dirigenti scolastici, incapaci ormai di gestire le scuole senza fondi e con un continuo susseguirsi di norme che si contraddicono e si annullano (l’ultimo caso è quello della riforma dell’esame della terza media). Una situazione allo sbando, nella quale a pagare il prezzo più alto sono comunque gli studenti: saltano i corsi di recupero, saltano le supplenze, e nel caos generale ogni scuola e ogni consiglio di classe interpreta a modo suo il valore del voto in condotta e i criteri per l’ammissione all’esame di stato, provocando un dilagare di ingiustizie e discrezionalità. Il merito e l’innovazione della Gelmini se ne vanno, in fuga con Makiguchi e con le polemiche fittizie su una povera preside di una scuola di periferia.