Rete Studenti: Lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Da una studentessa romana della Rete degli Studenti Medi che quest’anno ha occupato la propria scuola

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liceo_virgilioromaLettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Da una studentessa romana della Rete degli Studenti Medi che quest’anno ha occupato la propria scuola

Egregio Presidente S.Mattarella, 

Sono una studentessa di Roma, mi chiamo Roberta e studio al Pasteur, liceo dove ho maturato il mio impegno politico e sociale,  impegno che mi ha portata a fare attivismo nella Rete degli Studenti Medi, un sindacato studentesco che fonda la propria azione sui valori democratici della Costituzione, sull’antifascismo, sulla nonviolenza, sulla partecipazione e sulla libertà di opinione.

Le scrivo questa lettera dopo aver letto le considerazioni che una madre, presidente del Cdi del rinomato Liceo Virgilio di Roma, ha ritenuto necessario condividere con lei e con il resto dell’opinione pubblica.

Considerazioni che esprimono un forte dissenso nei confronti dei metodi con i quali alcuni studenti si sono mobilitati all’interno dell’istituto, secondo la madre con prepotente violenza. Questi, secondo quanto affermato, hanno deciso di occupare arbitrariamente la propria scuola senza passare dal coinvolgimento degli studenti, entrando nell’istituto a volto coperto e con fare violento e irrispettoso. Sulla base di questa visione dei fatti la madre chiede a lei e alle istituzioni aiuto, identificando quindi tutte le occupazioni come qualcosa di pericoloso e sbagliato,lesivo della democrazia, come qualcosa che impedisce agli studenti di usufruire del Diritto allo Studio. Anche io, come lei, credo che le scuole non possano diventare una zona franca dove tutto è lecito e dove lo Stato non arriva. Anche io, come lei, credo che chi promuove metodi violenti giustificando le proprie azioni attraverso slogan fini a se stessi,  radicalizzando le proprie rivendicazioni e  sfociando quindi nell’estremismo garantendo la cultura dell’antistato, stia facendo un danno a se stesso e agli altri.
Tuttavia non posso trovarmi  d’accordo con ciò che scrive la madre: questa infatti generalizza e giudica tutte le occupazioni come se fossero uguali sia dal punto di vista rivendicativo sia dal punto di vista metodologico. No, non posso condividerlo: così si fa lo stesso errore di chi, pur essendo minoritario nella società, si erge a paladino della rivoluzione pretendendo di sovvertire le regole della democrazia,  regole che a mio parere  stanno alla base della costruzione di un futuro migliore. Non posso essere d’accordo con lei perché lei l’occupazione non l’ha vissuta in prima persona: basta veramente vedere dei ragazzi incappucciati che urlano e protestano all’inizio di un’occupazione per giudicare gli stessi come facinorosi, ignoranti e minoritari? Basta veramente sapere che degli studenti si appropriano di uno spazio nel quale dovrebbero essere realmente protagonisti per dire che questi stanno praticando l’antistato? Basta veramente questo per dire che le occupazioni costituiscono un rito pericoloso, un fenomeno da debellare?
Caro Presidente, le scrivo per ricordarle che noi studenti non siamo una massa informe priva di rappresentanza sociale e di idee politiche. Le scrivo per dirle che non utilizziamo tutti gli stessi metodi per manifestare il dissenso, di scendere in piazza, di occupare una scuola. Le scrivo per dirle che quando qualcuno utilizza la violenza per esprimere un’idea, sono la prima a prendere le distanze e a condannare senza timore. E tanti altri come me.
Ma soprattutto mi appello a Lei, alle istituzioni, alla politica e all’opinione pubblica per mettere in luce quello che porta noi studenti a mobilitarci. Anche io,insieme ai miei compagni, ho occupato il liceo dove studio quotidianamente e con noi tante altre scuole romane. È vero, l’occupazione è una forma di protesta molto forte ma se il suo svolgimento non comprende la violenza e questa diviene un momento di democrazia partecipata è anch’essa una forma di conflitto che può divenire costruttivo. Non salta mai in mente a nessuno che c’è chi occupa il proprio istituto non per farlo diventare un luogo di illegalità dove diffondere cultura antistatale e pensiero antidemocratico ma proprio per chiedere che della scuola pubblica lo Stato ne faccia una delle sue colonne portanti? Per troppi anni si sono susseguite riforme fatte senza il minimo coinvolgimento degli studenti. In questa fase storica in cui la politica svilisce ripetute volte il ruolo delle parti sociali e si rende meno disponibile al confronto non è riappropriarsi dei luoghi che ci formano ad essere cittadini coscienti e consapevoli una risposta plausibile? Non è quindi il conflitto uno strumento democratico?

Dopo la mobilitazione del 5 Maggio nel Sud del paese è partita un’ondata di occupazioni che poi ha coinvolto anche il resto del paese: una mobilitazione lanciata dalla Rete degli Studenti Medi che denunciava come la Buona Scuola, ora legge 107, non fosse una riforma capace di appianare le diseguaglianze tra scuole del Nord e scuole del Sud, e non fosse capace di implementare il Diritto allo Studio e il welfare studentesco e quindi chiedeva al governo di andare in una direzione diversa. Ha ragione la madre: la scuola è un presidio dello stato. Ma per promuovere democrazia e legalità l’istruzione deve essere inclusiva: in Italia la dispersione scolastica arriva al 17% con picchi del 30 in alcune aree del Sud. Gli studenti che abbandonano gli studi spesso alimentano il lavoro nero e la microcriminalità. È lottare contro l’illegalità pertanto sgomberare una scuola occupata o comprendere che in quella scuola magari non si sta praticando l’antistato ma anzi si chiede che in quanto stato questa sia più inclusiva? Le occupazioni ci sono state e probabilmente sono forme di mobilitazione che riutilizzeremo: ma proponendo un modello di scuola diverso, che si autogoverna e che fa dell’aprirsi alla città, del dibattito democratico e della collegialità i suoi punti di forza. È questo quello che molte scuole sono state durante autogestioni e occupazioni: presidi di democrazia delle nostre città. Luoghi dove mangiare, studiare, dormire, fare sport. Luoghi dove incontrare associazioni, rappresentanti delle istituzioni, dove fare workshop e costruire pensiero. Luoghi aperti e inclusivi. Dove si costruisce qualcosa e la si traduce in mobilitazione. Ed è stata questa la nostra risposta alla buona scuola: si depaupera il concetto di collegialità e noi la pratichiamo, non si investe sul welfare e diritto allo studio e noi rivendicandone l’esigenza facciamo mutualismo e tanto altro ancora.

Caro Presidente, spero lei possa accogliere queste riflessioni. Da studentessa e da persona che ogni giorno vive il mondo dell’istruzione le chiedo di non focalizzarsi sulle occupazioni da sgomberare ma di capire ragioni e metodi di molti di noi. Di portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e della politica tutto quello che in molti pacificamente chiediamo. Non è di certo un momento di mobilitazione a intaccare un percorso formativo, ma quel che possiamo dirci senza timore è che per la costruzione di un futuro privo di diseguaglianze bisogna cambiare radicalmente il mondo dell’istruzione. Bisogna partire da scuola e università, senza slogan e senza annunci, senza proteste sterili ma con il coinvolgimento di tutti i protagonisti di questo mondo. Insomma, senza ascoltare noi non si può. Ma in fondo è proprio questo che chiediamo: non essere messi al margine. Essere centrali nel dibattito politico del paese. Non essere l’ultima ruota del carro.