Invalsi 2018: i dati ci restituiscono scenario preoccupante

Invalsi 2018 Italiano

Giovedì 5 luglio sono stati presentati i dati delle prove INVALSI 2018. Lo spaccato che ci si pone davanti è un disegno estremamente preoccupante rispetto alla qualità dell’istruzione primaria e secondaria nel nostro Paese.

Un divario che sembra incolmabile

Il primo risultato allarmante è sicuramente quello che riconferma la forte disparità tra il nord e il sud dello stivale, con percentuali di risultato ,sia in Italiano che in Matematica, estremamente basse soprattutto in Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna. Crediamo che questa sia l’ennesima dimostrazione di come il sistema di pubblica istruzione sia ancora fortemente iniquo e che non permetta realmente a tutti di raggiungere i più alti livelli d’istruzione. Negli anni abbiamo più volte tracciato questa enorme difficoltà, denunciando alle istituzioni di competenza e quindi al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca l’immobilismo che si è tenuto e che continua a perpetrarsi nei confronti di una condizione di estrema difficoltà che nessuno sembra essere in grado o volenteroso di sanare così da garantire a tutte e tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro terra di nascita, un’istruzione pubblica di qualità. I dati parlano chiaro e sono quelli di un’emergenza educativa importante: in Calabria uno studente su due non parla correttamente l’italiano e nelle altre regioni del meridione si riscontrano delle differenze abissali non solo se rapportate con le scuole del Nord ma anche tra gli istituti stessi.

La prima volta per l’Inglese

Quest’anno, per la prima volta all’interno dei test INVALSI, sono stati inseriti dei quesiti per misurare il livello di preparazione delle studentesse e degli studenti sulla lingua inglese. Anche in questo caso il quadro che si delinea è preoccupante. La percentuale di alunni delle scuole elementari che non raggiunge il livello base indicato dal Miur (A1) nelle prove di ascolto è del 30% al sud e nelle isole, mentre scende al di sotto del 20% nel centro e nel nord, ma più saliamo nei vari gradi del sistema d’istruzione più la situazione diventa allarmante. Alle medie il 67% degli studenti del sud e delle isole non raggiunge la soglia minima prevista dal Miur (A2) nella prova di ascolto, sintomo questo di un sistema di didattica che non riesce ad essere ancora realmente efficace su un aspetto, come quello dell’insegnamento della lingua straniera più conosciuta in Europa, che dovrebbe essere invece fondamentale e di primaria importanza e per il quale soprattutto i primi gradi della pubblica istruzione necessitano degli interventi mirati e specifici per migliorare la situazione. I dati che possiamo leggere sono preoccupanti anche per l’impatto che hanno sull’intero percorso educativo di uno studente, quando si parla infatti di apprendimento di lingue straniere è importante che si inizi fin da piccoli per non avere difficoltà in seguito e per essere pronti ad un mondo che sempre di più richiede conoscenze specifiche e di alto livello rispetto alla padronanza di lingue che non siano quelle del paese di origine.

Le differenze socio-economiche di partenza

Uno degli aspetti più allarmanti è quello dell’influenza del background socio-economico delle famiglie sul livello d’istruzione degli studenti. Le prove INVALSI vanno sostanzialmente a confermare i dati relativi all’ultima rilevazione OCSE-PISA sottolineando come le studentesse e gli studenti che provengono da situazioni economiche e sociali di difficoltà sono svantaggiati rispetto al resto dei compagni, sia in termini di possibilità di accedere ai più alti livelli dell’istruzione sia nella scelta del proprio percorso di studi che in alcuni casi diventa quasi obbligatoria. Nel sud e nelle isole la percentuale di studenti con backgrounds più svantaggiati che non raggiungono i livelli di sufficienza in italiano e matematica è più del 60% ma anche nel centro e nel nord le percentuali sono allarmanti: più del 50% di questi studenti non riesce a raggiungere i livelli di sufficienza fissati a livello nazionale. Una vergogna tutta italiana che è il risultato di anni e anni di tagli all’istruzione pubblica, di un sistema di diritto allo studio totalmente assente che non garantisce gratuità e qualità dell’istruzione. Da questi dati risulta quanto mai necessario ripensare totalmente metodi e funzionalità della scuola nel nostro Paese. Ad oggi, l’idea di scuola pubblica come luogo di emancipazione ed ascensore sociale non esiste. Abbiamo bisogno di una riforma della didattica e della valutazione che siano fortemente improntate su un principio di soggettività e attenzione particolare per gli studenti in difficoltà, che miri ad includere e a colmare le lacune che sono attualmente presenti per mettere tutti nelle stesse condizioni di partenza. Inoltre abbiamo bisogno di un investimento forte, reale e risolutivo sul diritto allo studio. E’ evidente come i 30 milioni stanziati nella legge delega non siano sufficienti, per riuscire a garantire la gratuità dei servizi e consequenzialmente non relegare gli studenti ad un immobilismo sociale sarebbero necessari 3 miliardi e 125 milioni di euro.

Inclusione e parità di genere: sfide ancora irrisolte

Ultimi ma non per importanza i dati relativi ai livelli d’istruzione degli studenti migranti di prima e seconda generazione. Se per quanto riguarda l’inglese quest’ultimi si dimostrano tendenzialmente più preparati degli studenti italiani per ciò che concerne l’italiano e la matematica si denota una forte differenza segno di un sistema di integrazione che ancora non funziona. La piena integrazione e l’inclusione degli studenti migranti dovrebbe partire in primis dall’istruzione e il nostro sistema dovrebbe dotarsi di strumenti particolari per garantire a queste studentesse e studenti la possibilità di raggiungere gli stessi livelli dei propri compagni. Un’altra sfida che non vede ancora risoluzione reale è quella della parità di genere. I dati che le rilevazioni nazionali mostrano sono quelli di una spaccatura profonda tra studentesse e studenti. Nel primo ciclo d’istruzione infatti le ragazze superano di nove punti i propri compagni maschi ma la situazione si capovolge quando si parla di matematica, la stessa situazione si rileva nelle scuole secondarie di secondo grado.

Abbiamo più volte espresso la nostra perplessità sui test INVALSI, non tanto perché pensiamo che uno strumento di valutazione del sistema d’istruzione non sia necessario, quanto perché, oltre ai contenuti stessi del test sui quali nutriamo profonde perplessità, riteniamo che la loro costruzione non tenga conto di una condizione pregressa di difficoltà e che quindi vadano, attualmente, a sottolineare delle situazioni che conosciamo già benissimo. Negli anni, per di più, molteplici sono state le proposte di affiancare i risultati dei test ai finanziamenti per le scuole, portando il test ad essere non uno strumento per comprendere le lacune del sistema e risolvere ma un altro espediente per premiare scuole che partono già da condizioni di partenza agiate, aumentando così le disugauglianze.  Le differenze tra sud e nord, tra studenti migranti e cittadini italiani, tra ragazze e ragazzi, tra benestanti e fasce meno abbienti, sono differenze che denunciamo da anni e per le quali abbiamo sempre chiesto un investimento forte sul diritto allo studio e sulla qualità dell’istruzione pubblica, questi dati sono solo l’ennesima riconferma che questa necessità è viva e che un Paese che si definisce civile e avanzato non può più permettersi di avallare. Non ci fermeremo a denunciare ma andremo avanti, mobilitandoci, proponendo e contrattando un’idea di scuola diversa, una scuola che sia aperta realmente a tutte e tutti, una scuola che non ponga limiti alle ambizioni personali di migliaia di studentesse e studenti ma che si faccia carico di porli tutti nella stessa condizione di partenza a prescindere dalle disponibilità economiche, dal luogo di nascita e dal sesso.

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