AlmaDiploma: contestualizziamo i dati, hanno ragione gli studenti

Corteo Studentesco 17 Nov

Ci hanno definito la generazione degli sdraiati: quelli abituati alla comodità, che non si attivano e non sono propositivi perché non ne hanno voglia, quelli che pensano che tutto sia loro dovuto. Niente di più sbagliato. Non è irreale che la nostra generazione abbia un problema: subiamo i cambiamenti, non ci ribelliamo abbastanza, non crediamo più nella rappresentanza e nelle forme della politica, siamo disillusi, quello a cui teniamo è il lavoro purché sia.

I dati di Almadiploma ci forniscono una lente di ingrandimento chiara sulla realtà: hanno e avevano ragione gli studenti.

UNA SCUOLA ANCORA DI CLASSE

Qual è il vero ruolo della scuola? Sono anni che nel nostro Paese i migliori intellettuali si interrogano, si esprimono, dibattono su quale sia realmente il ruolo dell’istruzione pubblica all’interno di una società sempre più liquida e mutevole. Alla fine della seconda guerra mondiale, con la caduta del regime fascista tutti speravamo si riuscisse a superare in fretta il modello gentiliano di una scuola classista, che vedeva i figli dei più ricchi frequentare i licei e i figli delle periferie e delle classi meno abbienti frequentare gli istituti professionali con l’unico obiettivo di rimpiazzare la vecchia forza lavoro. I dati di AlmaDiploma ci mettono però davanti ad una schiacciante e agghiacciante verità: non è cambiato nulla. I figli dei laureati, dei dirigenti, degli imprenditori, di chi ha costruito una “carriera” continuano a frequentare il liceo, classico o scientifico, mentre i figli degli operai, degli impiegati, dei precari frequentano per lo più gli istituti tecnici e professionali. Tra le percentuali dei diplomati con genitori in possesso di un titolo di laurea dei licei e quelli dei licei la differenza è ancora spaventosa e abissale, si parla di un 59% nei licei classici, 43% nei licei scientifici, mentre si oscilla tra il 14% e il 13% tra le studentesse e gli studenti dei tecnici e tra l’11% e l’8% tra gli istituti professionali. La nostra organizzazione vede nella scuola il motore primario di una società che abbia l’ambizione di definirsi equa e giusta per tutte e per tutti, una scuola che debba essere ascensore sociale, un luogo in cui le disuguaglianze invece che aumentare debbano diminuire sempre di più, fino a scomparire del tutto. Ci ritroviamo invece davanti ad un sistema che classifica, divide, settarizza e relega le studentesse e gli studenti che non hanno le stesse possibilità economiche e sociali dei loro compagni “figli di” ad una formazione piegata solo ed esclusivamente al proprio futuro lavorativo. Crediamo non possa esserci nulla di più abominevole in un Paese che ha ancora il coraggio di definirsi civile di una scuola che non garantisce a tutte e tutti le stesse possibilità di formazione, didattica sì ma anche culturale e sociale e lo dimostrano i dati sulle esperienze di studio all’estero: nei licei linguistici il 68%, nei classici il 46% e negli scientifici il 39% e a pagare le spese di una scuola di classe sono sempre le studentesse e gli studenti dei tecnici e dei professionali dove meno di uno studente su 5 ha partecipato ad un’esperienza di studio all’estero. Altro dato fortemente allarmante è quello dei casi di bocciatura: negli istituti tecnici e professionali si registra un record spaventoso del 22% delle studentesse e degli studenti bocciati, mentre dall’altra parte della medaglia si registra un record di 100 e 100 e lode nei licei di vario indirizzo. Responsabilità di questo è sicuramente un sistema di orientamento in entrata che funziona solo ed esclusivamente in maniera divisiva, con i professori delle scuole medie che indirizzano i “più bravi” verso i licei e i “meno meritevoli” verso gli istituti tecnici.

ORIENTAMENTO IN ENTRATA E IN USCITA

Cominciamo ad analizzare alcuni dei problemi che delineano l’estrema difficoltà in cui vive oggi il sistema d’istruzione nel nostro Paese. I dati di AlmaDiploma dicono chiaramente che il 55% delle studentesse e degli studenti è pentito della scelta presa a 14 anni. 3 ragazzi su 10 cambierebbero indirizzo di studi, un altro 12% cambierebbe completamente istituto e anche qui si ripresenta la differenza tra studenti dei tecnici e professionali, di cui il 50% si pente della scelta, e dei Licei dove la percentuale di non gradimento rimane salda al 44%. Sono queste cifre che ci devono far riflettere e preoccupare e devono far preoccupare soprattutto chi di istruzione dovrebbe occuparsene quotidianamente, in primis il Governo e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Sono ormai anni che diciamo con chiarezza che lasciare una scelta così delicata ad un ragazzo di 13/14 anni è diventato pura follia: il primo è sicuramente quello per cui non tutte le studentesse e gli studenti possono contare su delle figure genitoriali presenti e realmente coscienti di cosa vuol dire iscrivere i propri figli ad un indirizzo piuttosto che ad un altro; il secondo è quello per cui l’ingerenza dei genitori diventa spesso un problema in sé. Come dimostrano i dati del rapporto OCSE-PISA del 2015 e le percentuali di AlmaDiploma sopra citate il livello di istruzione dei genitori è ancora troppo determinante su quello dei figli. Per questo è necessario ripensare totalmente il sistema dei cicli scolastici in Italia. Partiamo dal presupposto che sicuramente non basta ridurre di un anno i percorsi di studio delle secondarie di secondo grado senza aver chiaro in mente una riformulazione radicale dell’intero sistema, a partire dalla messa in discussione delle scuole medie. Quello che ci vuole è il coraggio di ammettere che la formazione, in quella fase anagrafica della vita di un adolescente, non può più essere così specifica, la società in cui la scuola si trova a svolgere oggi il proprio operato è diversa da quella di 30, 40 anni fa, le competenze richieste per essere in grado di diventare a tutti gli effetti un cittadino attivo, partecipe e consapevole cambiano ogni giorno così come cambiano i modelli e le competenze richieste dal mondo del lavoro. In questo senso la prima parte della formazione secondaria dovrebbe essere quanto più possibile uguale per tutti, una formazione che sia di base e che sia funzionale al conferimento delle competenze e conoscenze minime che a tutte e tutti vanno garantite per non cadere sempre nelle insensate logiche di una meritocrazia assolutamente anti-democratica ed esclusiva di chi parte già avvantaggiato, e per evitare soprattutto che la formazione e l’istruzione diventino sempre di più meri strumenti delle logiche del lavoro e del mercato. Ci vuole quindi il coraggio di comprendere come la formazione va innovata rispondendo alle esigenze della modernità ma senza contribuire alla deriva funzionalistica che si sta avviando ormai da tempo. Per quanto riguarda il periodo successivo si registra in generale un grande clima di incertezza tra gli studenti che si avvicinano al diploma. Il 13% dei liceali non sa cosa farà dopo, per gli studenti degli istituti tecnici e professionali la percentuale sale al 20%. In tutto questo il 50% delle studentesse e degli studenti si dichiarano insoddisfatti dei percorsi di orientamento che la scuola fornisce, ma questo è solo conseguenza di una formazione che non li ha accompagnati veramente a comprendere quale possa essere l’indirizzo di studi, o il lavoro che più possa coglierne l’entusiasmo e le capacità.

L’ALTERNANZA SCUOLA LAVORO

Leggendo i dati di AlmaDiploma verrebbe da dire che in questo autunno le migliaia e migliaia di studentesse e studenti che sono scesi nelle piazze, il 13 Ottobre e il 17 Novembre, abbiano semplicemente fatto quello per cui ormai siamo tacciati da anni: opporsi per spirito di contraddizione e lamentarci inutilmente. Ebbene tutto ciò è assolutamente sbagliato e fuorviante. I dati di gradimento riportati da AlmaDiploma che dicono che l’84% delle studentesse e degli studenti ha gradito i percorsi svolti, dato da scorporare in un 54% di assolutamente soddisfatti e un 30% di abbastanza soddisfatti, si riferiscono alle studentesse e agli studenti che non rientrano nel sistema di obbligatorietà dell’alternanza scuola lavoro introdotta dalla legge 107/2015. Le studentesse e gli studenti intervistati non sono quindi gli stessi che, per raggiungere il monte di 200 ore nei licei e 400 negli istituti tecnici e professionali, hanno dovuto svolgere alternanza durante i periodi di sospensione didattica come le vacanze estive e quelle natalizie ma sono quegli studenti che vengono da scuole dove i percorsi erano già strutturati da prima dell’introduzione dell’obbligatorietà e che quindi hanno potuto sviluppare esperienze migliori sia dal punto di vista qualitativo che da quello della conciliazione con le regolari ore di studio.

C’è poi un altro dato da prendere in considerazione: il gradimento rispetto alla qualità dei percorsi di alternanza scuola lavoro non può essere scorporato dai dati che riguardano la gratuità dei percorsi. In questi anni infatti abbiamo potuto vedere come l’alternanza scuola lavoro, anche se considerata dalla legge stessa come metodologia di didattica alternativa, venisse spesso accostata ai viaggi d’istruzione e richiedesse quindi il pagamento di cifre cospicue per il proprio svolgimento da parte degli studenti. Continuare quindi a vendere all’opinione pubblica dati solo ed esclusivamente positivi rispetto ai percorsi di alternanza scuola lavoro significa ignorare completamente la grande contraddizione che in questo momento domina questo tipo di percorso: la dicotomia tra strumento di occupazione e strumento di occupabilità. L’alternanza scuola lavoro, come riportato anche nella nostra indagine presentata alla Camera dei Deputati, dovrebbe essere uno strumento didattico finalizzato al conferimento delle cosiddette “soft skills” cioè quelle competenze trasversali di base che uno studente acquisisce in vista di spenderle poi un domani in un ambito lavorativo, molto spesso succede invece che i percorsi di alternanza siano utilizzati dalle aziende per insegnare alle studentesse e agli studenti un mestiere nello specifico con la sola finalità di preparare forza lavoro settaria come dimostra anche l’articolo 16 della Legge di Bilancio 2018 dove gli sgravi fiscali per le aziende che assumono gli studenti che hanno svolto almeno il 30% delle ore obbligatorie presso quel determinato ente vengono innalzati al 100% continuando ad avallare un’idea di alternanza che diventa solo ed unico strumento per combattere la disoccupazione giovanile.

GLI SPAZI E LE MODALITA’ DELLA DIDATTICA

Dall’indagine di AlmaDiploma esce un dato particolarmente interessante: l’80% delle studentesse e degli studenti si dice soddisfatto dei propri professori ma ritiene fortemente inadeguate le strutture in cui si studia. Come spiegare quindi la contraddizione del dato sopracitato rispetto al record che si è segnato riguardo ai casi di bocciatura e un gradimento così alto dei docenti e quindi, verrebbe da dire consequenzialmente, anche delle capacità del sistema didattico? Una didattica obsoleta ma tanti insegnanti ancora in grado di svolgere il proprio dovere al meglio. Ecco quale può essere, forse, la risposta. Veniamo istruiti in un contesto didattico fortemente antiquato dove le studentesse e gli studenti sono semplici destinatari della didattica attraverso ore e ore di lezione frontale la cui unica conseguenza diventa la mancanza di apprendimento reale, al contrario le studentesse e gli studenti dovrebbero essere coinvolti appieno nei percorsi didattici che devono quindi essere costruiti insieme sulla base delle singolarità e delle particolari competenze di partenza, una didattica che non sia utile a dividere ma che innalzi i livelli di competenza di tutte e di tutti, abbandonando sempre di più la logica dell’oggettività e sposando quella della soggettività. Altro enorme problema che affligge il nostro sistema didattico è quello di non aver ancora compreso al meglio come coniugare in maniera funzionale e positiva la didattica delle nozioni a quella delle competenze. Siamo ancora inseriti in un modello per cui ogni materia viene analizzata in maniera chiusa, stagna, senza la possibilità di analizzarla invece criticamente e soprattutto in relazione con le altre, qualità che dovrebbe essere primaria della didattica in quanto più si avvicina ad un’idea di accrescimento delle competenze per la quotidianità, sia nel mondo del lavoro che nella sfera personale di ogni individuo.

Come diciamo da anni, non si può ragionare di innovamento della didattica senza ragionare effettivamente di un rinnovamento forte degli spazi. E’ normale e consequenziale che gli spazi angusti in cui adesso le studentesse e gli studenti studiano non favoriscano metodologie didattiche circolari e non frontali, dinamiche e non statiche. Per questo è necessario rendere gli spazi scolastici degli spazi che permettano tutto questo: aule più grandi e con delle attrezzature tecnologiche che mettano i docenti e gli studenti nella posizione di poter uscire dagli schemi tradizionali.

Il dato che emerge è evidente: la Buona Scuola non ha toccato i temi cruciali e fondamentali che rendono la nostra scuola e il nostro sistema di istruzione obsoleto e classista.

Serve che, soprattutto in un momento di campagna elettorale, si apra una discussione profonda e riflessiva sul senso e sugli obiettivi della scuola. Una scuola pubblica, gratuita, inclusiva e a misura di studente.

Commenti