Veneto: “studenti stranieri” non sono un numero, servono politiche vere di integrazione

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Dal momento dell’approvazione, da parte della Giunta regionale del Veneto, dei criteri guida per dimensionare la rete delle scuole e organizzare l’offerta formativa nel territorio della regione per il prossimo anno scolastico 2018-19, l’integrazione si fa a quote.

Tra i provvedimenti infatti ne spicca uno sopra tutti, uno che trasuda concezioni sbagliate e chiare volontà politiche: nella composizione delle classi la presenza degli studenti stranieri non dovrà superare il 30 per cento, con l’obiettivo, secondo l’assessore Donazzan, di “garantire la possibilità di una vera integrazione”, con “alcune possibilità di deroga a favore degli studenti stranieri nati in Italia”. Ma cosa vuol dire “straniero nato in Italia”? Il fenomeno delle migrazioni ha travolto il nostro Paese e il nostro tempo, generando paura e spaesamento.

Tuttavia forse è giunto il momento di pensarlo e cominciare ad affrontarlo per ciò che è: un fenomeno storico, un cambiamento che non inciderà negativamente sulla vita di nessun cittadino se riusciremo a smettere di affrontarlo come un problema e cominceremo a interpretarlo come una risorsa. I ragazzi stranieri non sono numeri. Non sono ingredienti diversi da soppesare attentamente sulla bilancia del gruppo classe. Sono studenti. E in quanto tali hanno esigenze anche molto diverse tra loro.

Dichiara Rachele Scarpa, coordinatrice della Rete degli Studenti Medi del Veneto: «La Giunta regionale dimostra ancora una volta la pochezza dei propri orizzonti: se “alunno straniero” deve essere un’etichetta, una definizione omnicomprensiva di un fenomeno che, nelle classi, va solamente limitato, la scuola che il nuovo decreto per il dimensionamento scolastico regionale disegna non è la scuola che fa per noi.»

Forse basterebbe poco: qualche cartina geografica in più, ore di educazione civica legate all’attualità e alla conoscenza aperta del mondo, insegnanti di sostegno specializzati, corsi di lingua e sistemi di mutualismo. «Ma la scuola veneta – aggiunge Scarpa – è ben distante anche solo dal concepire tutto ciò. Forse dovremo toccare il fondo per accorgerci che le cose potevano essere gestite in maniera differente. A quel punto, però, che non sia colpa di quel 30% di studenti per classe.»

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