Dispersione scolastica – riformare la scuola per dare risposte al problema!

Un articolo di Salvo Intravaia, pubblicato stamane da Repubblica, punta gli occhi su uno dei fenomeni più problematici e pericolosi del nostro sistema d’istruzione: l’abbandono scolastico.

Secondo gli ultimi dati estratti dai Rav (Rapporti di Autovalutazione delle scuole) il fenomeno della dispersione scolastica è in aumento, soprattutto nel Sud e nelle zone periferiche del nostro Paese e delle nostre città.
Le percentuali di abbandono sono in crescita sia nei percorsi di istruzione secondaria di primo grado, che in quelli della secondaria di secondo grado: ogni anno, migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi, dalla prima media alla quinta superiore, smettono di partecipare alle attività scolastiche per fare altro. In primis, è proprio questo “altro” che ci spaventa e che dovrebbe mettere in allarme, oltre che il Ministero dell’Istruzione, tutte le Istituzioni locali, regionali e nazionali e che non possiamo fare a meno di prendere in considerazione. Purtroppo la realtà ci mostra e ci dimostra come, soprattutto nelle zone cosiddette “periferie sociali”, nei quartieri più poveri e difficili, i giovani studenti che lasciano la scuola sono spesso costretti a cadere vittima della criminalità e della micro criminalità organizzata. Sono quei giovani che spesso ritroviamo per strada a spacciare sostanze stupefacenti o che si lanciano in piccoli furti per racimolare qualcosa da portare a casa. Chi ha la fortuna di non cadere nella rete criminale inizia a lavorare fin da giovanissimo per aiutare la famiglia, convinto o forse rassegnato all’evidenza che la scuola non possa aiutarlo, e che fattivamente non lo faccia, ad assicurare per sé un futuro stabile e certo.

Come Rete degli Studenti Medi abbiamo da sempre speso gran parte delle nostre forze per combattere il fenomeno della dispersione scolastica, studiandone le cause e provando a costruire risposte concrete al problema. Uno dei fattori scatenanti si può sicuramente ritrovare nella scelta che uno studente, finita la terza media, è chiamato a compiere rispetto al suo percorso d’istruzione superiore. Una scelta che ne condizionerà il futuro in maniera ampiamente decisiva, e che siamo convinti non debba essere presa a quell’età. Pensare che un adolescente di 13 anni possa avere le idee chiare rispetto ai suoi studi universitari o al percorso lavorativo che affronterà da adulto è impensabile e sbagliato, e si traduce molto spesso nella fuga dello studente dalla scuola che ha scelto o che, come in alcuni e purtroppo ancora troppo presenti casi, è costretto a scegliere dalla propria famiglia. Siamo convinti che i percorsi d’istruzione superiore debbano essere riorganizzati in ottica più inclusiva, prevedendo un biennio in cui lo studente riceve una formazione di base che sia poi spendibile in tutte le possibilità di scelta che gli si pongono davanti; scelta che dovrebbe essere lasciata alla fine del secondo anno di superiori per affrontare un triennio “specializzante” che abbia al centro lo studio e l’approfondimento delle materie cardine dell’indirizzo scelto dallo studente. Siamo convinti che una delle risposte che possono portare ad una risoluzione reale del problema sia investire molto di più in termini di Diritto allo studio e prendere la questione molto più seriamente di come è stato fatto nel processo di stesura della delega integrante la legge 107/15. Una grande fetta della popolazione studentesca che abbandona la scuola lo fa perché impossibilitata a proseguire gli studi a causa delle proprie condizioni economiche di partenza, vinta dal più grande paradosso dell’istruzione che vede la scuola pubblica tutto fuorché gratuita, come invece dovrebbe essere per adempiere al suo ruolo primario di ascensore sociale, mettendo nelle stesse condizioni di partenza il figlio del precario e quello dell’imprenditore. Permettere a tutte e tutti di accedere ai servizi minimi che garantiscano il diritto allo studio come i trasporti, i libri di testo i servizi di mensa o quelli di ripetizione pomeridiana significherebbe azzerare gran parte delle cause di dispersione scolastica. Crediamo fermamente che, se si vuole un cambio di marcia rispetto alle percentuali spaventose di dispersione scolastica (il 14% sul territorio nazionale che arriva a toccare i picchi del 35% in alcune zone del Sud e nelle Isole), gli strumenti di valutazione individuale dello studente debbano essere radicalmente ripensati. Siamo ancora convinti che la bocciatura sia lo strumento migliore per rispondere alle carenze dello studente? Noi pensiamo che molto spesso questo strumento sia solo un incentivo in più per lo studente a lasciare il percorso scolastico. La risposta ad una difficoltà non può più essere lasciare indietro e abbandonare a loro stessi migliaia di ragazze e ragazzi che non vedono più nella scuola un luogo di formazione accogliente e in grado di comprendere le proprie esigenze, e preferiscono in quel caso la fuga. Non si può bocciare uno studente senza considerare il suo background socio-economico, ignorando le fatali conseguenze che quella scelta potrebbe avere su di lui e sul suo futuro.

La soluzione alla dispersione scolastica non può e non deve più essere solo la via delle forze dell’ordine, questa non combatterà l’insoddisfazione formative e le insufficienze della scuola che costringono lo studente alla fuga. La scuola deve tornare ad essere un luogo aperto, di confronto, capace di costruire coscienza e pensiero critico. L’istruzione deve costruire ponti saldi con il territorio, il mondo dell’università e quello del lavoro. La scuola deve essere capace di andare dai ragazzi e dalle ragazze delle periferie se quei ragazzi non scelgono l’istruzione, deve essere in grado di stringere un dialogo ed una collaborazione forte con le famiglie che determinano ancora in maniera pesante le sorti educative degli studenti. La scuola deve essere degli studenti e per gli studenti, altrimenti continueranno a lasciarla.

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